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Come posso formarmi attualmente sulla psicologia di cure primarie?

Come posso formarmi attualmente sulla psicologia di cure primarie?

A cura di Paolo Fiore

La proposta del disegno di Legge sulla psicologia di cure primarie [1] mostra la nascita in fieri di una nuova figura professionale definita come psicologo di cure primarie, il cui ruolo e le cui funzioni sono tratteggiate proprio in questo disegno di Legge. Tale procedimento parlamentare si propone di realizzare un sistema di cure primarie integrato che consenta ai cittadini un primo punto di accesso garantito ad un sistema sanitario nazionale, sistema nazionale che necessita di offrire un servizio più efficiente ed efficace e al contempo di ridurre i costi sul bilancio dello Stato: la cura primaria svolge una prima funzione di cura, di invio a
cure secondarie e terziarie oltre che di filtro delle domande di cura della popolazione.
Assumendo una prima definizione di assistenza sanitaria primaria risalente al 1978 alla Conferenza internazionale sull’assistenza sanitaria primaria di Alma Ata, che indica le cure primarie come un accesso garantito al Sistema Sanitario Nazionale che consenta la presa in carico della popolazione e l’eventuale invio a sistemi di cura secondari e terziari, nel 2012 l’Apa attraverso l’Inter-organizational work group on competencies for primary care
psychology practice
[2] ha cercato di costruire linee guida sulle capacità e competenze necessarie per operare in psicologia delle cure primarie, così come nel 2013 l’Oms ha reso pubblico l’European mental Health action plan [3] per pianificare la realizzazione di un sistema di cure primarie integrato in Europa. Ciascun Paese sta portando avanti la propria realizzazione di un progetto nazionale di cure primarie con differenti modalità e velocità e l’Italia in questo momento si sta muovendo su due fronti: il Governo centrale si sta occupando del Disegno di Legge di psicologia di cure primarie mentre differenti regioni (la sanità è di competenza regionale: Legge Mariotti del 1968) stanno costruendo esperienze sperimentali congruenti al disegno di Legge proposto.
In attesa che il Governo traduca formalmente la propria intenzione riformista attualmente ci si interroga sulla definizione di tale figura professionale, sull’eventualità che tale figura possa esprimersi eventualmente come un titolo specifico piuttosto che una definizione di criteri di selezione di tipo curriculare, formativo o esperienziale. Infatti ad oggi non esiste un modello univoco di definizione dello psicologo di cure primarie che consenta di intercettare in modo uniforme i criteri di accesso professionale. Inoltre le differenti sperimentazioni che sono state avviate differiscono a livello regionale, poiché il sistema sanitario prevede che la competenza sia di natura regionale, de facto mostrando diversità sostanziali nella costruzione e nell’attuazione dei progetti di psicologia di cure primarie.
Tale panorama eterogeneo ha generato una variabilità di approccio nel costruire tali esperienze di sperimentazione e simultaneamente una proliferazione di proposte istituzionali e formative che tracciano indicazioni generali sulle attività curriculari associati alla figura dello psicologo di cure primarie. Dunque in Italia la situazione può venir descritta come un processo in divenire. A titolo di esempio: la regione Campania aveva definito dei criteri di accesso per divenire psicologo di cure primarie che prevedevano attestati di abilitazione rilasciati dalla regione medesima, condizione contestata dal Governo centrale che ha
considerato tale prassi incostituzionale.
Parallelamente, sulla base di quanto esposto nel Disegno di Legge, differenti enti accreditati, in maggior numero privati, stanno sviluppando e proponendo corsi di formazione e master
che mettano a disposizione iter formativi orientati ad offrire capacità e competenze utili ad un
professionista che desideri formarsi come psicologo di cura primaria, percorsi formativi strutturati in rapporto ad adesioni a modelli di intervento anche molto differenti.
In sostanza si può affermare che ad oggi l’unico vincolo certo, trasversale e stringente, è il possesso del titolo di psicologo ed iscrizione all’albo professionale ma nel prossimo futuro certamente il legislatore ed i differenti attori istituzionali offriranno linee guida più stringenti, che presumibilmente potranno variare anche sensibilmente da Regione a Regione. Per il professionista interessato vi è certamente la possibilità di interessarsi alla questione attraverso la lettura e lo studio di testi di riferimento, eventuali corsi formativi nella consapevolezza che al momento non siano vincolanti alla professionalizzazione ma anche iscrivendosi alla nostra Società Italiana di Cure Primarie per ricevere informazioni ed inviti ad eventi, seminari e congressi sul tema.

Bibliografia di psicologia di cure primarie

  • [1] DDL Psicologo di cure primarie (http://www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/Ddliter/53018.htm)
  • [2] https://www.apa.org/pubs/journals/releases/amp-a0036072.pdf
  • [3] https://www.euro.who.int/__data/assets/pdf_file/0020/280604/WHO-Europe-Mental-Health-Acion-Plan-2013-2020.pdf

Se sei un professionista sanitario interessato allo sviluppo di un sistema di cure primarie in Italia, o più semplicemente desideri ricevere informazioni ed aggiornamenti chiari e precisi sulla questione, allora iscriviti alla Sipcp: l’iscrizione ti garantirà di ricevere un aggiornamento sistematico su temi ed argomenti relativi alle cure primarie, di costruire relazioni professionali che condividono il medesimo interesse e di partecipare alla vita associativa attraverso eventi, convegni e congressi. Se inoltre senti il desiderio di partecipare attivamente alla crescita dell’associazione, troverai disponibilità nei gruppi di lavoro operativi.

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Bisogna lavorare nello studio del medico per fare cure primarie?

Bisogna lavorare nello studio del medico per fare cure primarie?

Per lo psicologo o psicoterapeuta il desiderio di avviare una collaborazione nell’ambito delle cure primarie con un medico di medicina generale comporta differenti interrogativi che
prevedono di operare diverse decisioni fra le quali certamente stabilire dove ricevere i pazienti: tale scelta di grande concretezza richiede di porre seria attenzione alla costruzione di un progetto di cure primarie che, in questa fase storica che vede una graduale
formalizzazione istituzionale della figura dello psicologo di cure primarie
, concede un’ampia discrezionalità di azione; tale libertà di azione però dovrebbe aderire alle indicazioni già presenti nella proposta del Disegno di Legge [1] oltre che risultare conforme alla letteratura scientifica sul tema [2].
Per rispondere al quesito iniziale risulta opportuno prendere in considerazione cinque elementi che possono svolgere una funzione orientativa.

  1. Lo psicologo di cure primarie nasce per rispondere all’esigenza di rendere disponibile al cittadino livelli essenziali di assistenza (LEA) attraverso il servizio sanitario territoriale: gli interventi psicologici previsti individuati riguardano la maternità e la paternità responsabile, la tutela della donna, della donna in stato di gravidanza e della salute del nascituro, problematiche individuali e di coppia, problematiche adolescenziali in collaborazioni con le istituzioni scolastiche, minori in condizioni di disagio e trascuratezza piuttosto che abuso e maltrattamento, condizioni di disagio familiare ed infine caso di violenza di genere e sessuale.
  2. Le aree di intervento di psicologia di cura primarie riguardano sostanzialmente (ed in sintesi) situazioni di stress croniche o transitorie piuttosto che condizioni di disagio legate al ciclo di vita, condizioni di scarsa aderenza alla cura ed assistenza al lavoro di
    équipe.
  3. L’attività psicologica di cure primarie può riassumersi in un lavoro di prevenzione ed intervento precoce piuttosto che di invio tempestivo per condizioni di sofferenza psicologica emergenti, più in generale azioni di psicoeducazione e di promozione della salute e del benessere oltre che di sostegno al lavoro di équipe ambulatoriale.
  4. Operativamente lo psicologo di cure primarie lavora con pazienti che necessitano di cure integrate, opera trattamenti congiunti su casi di elevato carico emotivo conseguenti a malattia piuttosto che su casi di scarsa aderenza al trattamento.
  5. Risulta fondamentale ricordare che lo psicologo di cure primarie risulta fattivamente una componente integrata di un servizio di cure primarie, termine che indica il servizio di cura più accessibile al cittadino stesso [2] (Liuzzi, 2016) ovvero la medicina territoriale.


Nonostante queste considerazioni possiamo notare come sia ancora difficile in Italia proporsi come psicologo clinico o psicoterapeuta, ossia uno specialista della psicologia clinica, che si
proponga disponibile per ricevere l’invio di pazienti che necessitino di un trattamento psicologico: in conseguenza a quanto esposto sinteticamente risulterà sperabilmente chiara la distinzione fra una collaborazione nella quale lo psicologo o psicoterapeuta si renda disponibile per ricevere invii per visite specialistiche di consulenza psicologica e di psicoterapia rispetto ad un’attività di psicologia di cure primarie, dove lo scopo è l’integrazione di un servizio sanitario territoriale che preveda una stretta collaborazione fra professionisti della cura.
Dunque sarà necessario per il professionista meditare attentamente sulla individuazione del luogo di lavoro, interno o esterno allo studio di medicina generale: sebbene vi sia una discrezionalità professionale sarà opportuno tenere in considerazione tutti i fattori esposti oltre che le condizioni fisiche dipendente dalla struttura ambulatoriale.

Bibliografia di psicologia di cure primarie

  • [1] DDL Psicologo di cure primarie (http://www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/Ddliter/53018.htm)
  • [2] Liuzzi M., (2016). La Psicologia nelle cure primarie. Bologna, Il Mulino.

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Il disturbo post-traumatico da stress nelle cure primarie. Pratiche inglesi.

Il disturbo post-traumatico da stress nelle cure primarie. Pratiche inglesi.

Il Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD) è una condizione psichiatrica che incide pesantemente sia sul funzionamento quotidiano che sulla qualità di vita, così come sulla salute fisica. In accordo con le
classificazioni attuali, esso può manifestarsi a seguito dell’esposizione a eventi potenzialmente traumatici, come gravi incidenti, disastri naturali, malattie, guerre e conflitti o violenze, siano esse fisiche o sessuali.

Alcune persone, a seguito di tali eventi, sviluppano una serie di sintomi caratterizzati da intrusive ri-sperimentazioni delle sensazioni connesse all’evento traumatico (pensieri, immagini, ricordi, flashback), o alterazioni delle capacità cognitive e dell’umore (come vergogna e colpa), iper-arousal (es. iper-vigilanza e reattività agli stimoli, American Psychiatric Association, 2013).

Studi condotti sulla popolazione generale hanno osservato come circa un terzo degli adulti inglesi abbia sperimentato almeno un grosso evento traumatico nella loro vita, e che il 4.4% di essi abbia sperimentato i sintomi di un possibile PTSD (McManus, Bebbington, Jenkins, Brugha, & NHS Digital, & UK Statistic Authority, 2016).
A tal proposito, il National Institute for Health and Care Excellence UK (NICE, 2018) suggerisce come linee guida di trattamento gli interventi focalizzati sul trauma, come prima scelta, mentre le terapie farmacologiche come seconde. Tuttavia, alcuni studi suggeriscono che circa metà dei pazienti con PTSD non riescono a ricevere un trattamento psicologico (McManus et al., 2016), o che può essere ritardato di anni a causa dello stigma e dalla bassa capacità di riconoscere il disturbo (Iversen et al., 2011; Kantor,
Knefel, & Lueger-Schuster, 2017). Per inverso il PTSD è associato a un alto uso dei servizi sanitari (Kartha et a., 2008), incluse le cure primarie, dove può essere incontrato frequentemente. Gli autori
dell’articolo riportano un solo studio rilevante nelle cure primarie svolto negli UK che ha indagato i tassi di PTSD, e questo ha osservato che il 32% dei pazienti di medicina generale con una storia di infarto del miocardio (n=111) manifestavano anche un possibile PTSD (Jones, Chung, Berger, & Campbell, 2007).
Pertanto, a fronte delle poche ricerche sul tema negli UK, unitamente agli eventi legati al COVID-19 (considerabile un evento traumatico di massa), i ricercatori hanno condotto questo studio con lo scopo di:
1-Fornire nuovi dati sull’estensione di un possibile PTSD tra i pazienti dei medici di base di una regione dell’Inghilterra. 2-Esplorare la distribuzione di un possibile PTSD e la variabilità secondo caratteristiche socio-demografiche e di salute mentale che possano identificare gruppi vulnerabili.

Sono state condotte così delle analisi su un campione di 1058 pazienti nel contesto delle cure primarie dell’area di Bristol, in Inghilterra. Le valutazioni, inoltre, hanno tenuto conto della suddivisione delle varie zone ed aree, sulla base del loro livello di deprivazione (alto, medio e basso). I risultati dello studio hanno mostrato come il 15% del campione soddisfacesse i criteri per un possibile PTSD e che il 54% di questi desiderasse ricevere un sostegno per tale condizione. Questo dato si allinea con un’altra ricerca, condotta negli U.S da Spoon et al. (2015), in cui si rilevò come il 13% dei pazienti delle cure primarie manifestasse sintomi legati al PTSD. Inoltre, dalle analisi è emerso che i tassi di PTSD erano significativamente più concentrati nelle aree socio-demografiche ed economiche maggiormente deprivate.
Ciò si allinea con gli studi U.S. che hanno identificato tassi particolarmente elevati di PTSD nelle popolazioni d’assistenza primaria caratterizzate da stati socio-economici bassi e alti livelli di esposizione a traumi (Liebschutz et al., 2007). Ancora, le analisi hanno evidenziato come più alti livelli di un possibile PTSD fossero associati alla più giovane età, all’essere disoccupati e single, divorziati, separati o vedovi.
Tali dati si accostano a quelli di ricerche precedenti (McManus et al., 2016; Benjet et al., 2016; Wald & Taylor, 2009). Infine, dalle valutazioni delle caratteristiche cliniche sono state trovate associazioni tra un possibile PTSD e la depressione e l’ansia, ma non con il rischio di uso di alcol. Le associazioni con la depressione e l’ansia del PTSD sono anche in linea con altre ricerche (Pietrzak, Goldstein, Southwick, & Grant, 2011). Quelle sulla depressione maggiore, in particolare, indicano che queste condizioni si presentano spesso insieme (Rytwinski, Scur, Feeny & Youngstrom, 2013), e che la comorbilità con il PTSD predice una scarsa risposta, nel tempo, ai trattamenti per la depressione (Green et al., 2006).
Nonostante i risultati interessanti, lo studio non è esente da limiti. Alcuni di questi, ad esempio, riguardano il fatto che lo studio si è concentrato su un’area ristretta del territorio inglese, impedendo di fatto la generalizzazione dei dati. Inoltre, non sono state usate strategie sistematiche di campionamento per il reclutamento; così come l’impiego di alcuni strumenti può aver sovrastimato la presenza dei costrutti misurati. Ancora, i dati sono stati ottenuti prima della pandemia COVID-19, impedendo quindi di valutarne l’impatto sui sintomi del PTSD.
Lo studio, in ogni caso, mette in evidenza come i casi di possibile PTSD siano abbastanza diffusi all’interno delle cure primarie e i ricercatori, pertanto, sottolineano l’importanza di dotarsi di strumenti e conoscenze adeguate sia per riconoscerne i segnali, sia per intervenire adeguatamente. Negli UK, in accordo con le linee guida del NICE, le terapie focalizzate sul trauma possono essere fornite da organizzazioni private o dal settore terziario, mentre il trattamento dell’NHS può essere ottenuto attraverso i servizi dell’Improving Access to Psychological Therapies (IAPT) (Clark, 2018). Nonostante ciò, gli invii ai servizi dello IAPT per il PTSD non sono comuni (comprendono solo il 3.9% degli invii del 2016/2017; Community Mental Health Team, 2018), e questo sottolinea l’importanza con cui le cure primarie dovrebbero essere coinvolte in questi interventi.
In conclusione, si può ancora aggiungere che in futuro sarebbe utile sviluppare ricerche nazionali e/o internazionali, con campionamenti sistematici e randomizzati, che si occupino della frequenza, dell’estensione e della distribuzione del PTSD nelle cure primarie. Inoltre, sarebbe utile che tali ricerche riportino anche valutazioni circa la fattibilità e l’efficacia degli interventi e dei modelli proposti nelle cure primarie. Modelli alternativi che possono essere considerati includono quelli d’assistenza collaborativa (Schnurr et al., 2013), così come interventi brevi forniti elettronicamente (Possemato et al., 2016) o attraverso i professionisti della salute comportamentale incorporati nelle cure primarie (Cigrang et al.,2017). Quest’ultimo in particolare ha ricevuto supporto in studi randomizzati (Cigrang et al., 2017) e anche il potenziale per lo sviluppo di forme di terapie brevi focalizzate sul trauma, che possono essere ottimali per la medicina di base. A fronte dei problemi legati alla pandemia COVID-19, infatti, questi interventi nei contesti di cure primarie potrebbero assumere un’importanza ancora maggiore.

Bibliografia di psicologia di cure primarie

  • Cowlishaw, S., Metcalf, O., Stone, C., O’Donnell, M., Lotzin, A., Forbes, D., Hegarty, K., Kessler, D. (2020) Posttraumatic Stress Disorder in Primary Care: A study of general practices in England, Journal of Clinical Psychology in Medical Settings.

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Caratteristiche del disegno di Legge della regione Puglia.


Caratteristiche del disegno di Legge della regione Puglia.

A cura di Angelo Crea.

Il 07/07/20 è stata approvata in Regione Puglia la Legge Regionale n. 21 “Istituzione del servizio di psicologia di base e delle cure primarie” che ha come primo firmatario Pino Romano, Presidente della Commissione Sanità regionale. Tale legge istituisce il servizio di Psicologia di base e delle cure primarie a titolo di sperimentazione, per una durata annuale. Il servizio, inserito nel distretto socio sanitario per l’attività di assistenza primaria territoriale, dovrà svolgere funzioni di coordinamento e programmazione per la psicologia territoriale nell’ambito di tutte le strutture sanitarie territoriali (poliambulatori, consultori, PTA, servizi domiciliari, ospedali di comunità) in collaborazione con la medicina convenzionata. Avrà funzioni di prevenzione e riduzione del rischio di disagio psichico, la promozione della salute e l’attivazione della rete sociale a supporto.
La norma prevede l’assunzione di nove psicologi (1 ogni 450.000 abitanti circa) dirigenti a tempo determinato da distribuire nelle sei ASL regionali. A tale fine la Regione destina un importo pari a 750.000 euro per l’esercizio finanziario 2020. Il proponente non scende nel dettaglio dell’operatività di questa nuova figura. Chiarisce solo che a seguito di specifico accordo lo psicologo potrà operare logisticamente anche all’interno di locali forniti dagli enti locali e che medici di famiglia e pediatri di libera scelta, qualora raccolgano richieste di assistenza psicologica, potranno avvalersi dello psicologo del servizio di psicologia di base. Lo psicologo che prenderà in carico tali richieste dovrà sviluppare un progetto clinico comprensivo di diagnosi e programmi di supporto psicologico avvalendosi di tutte le strutture pubbliche e private di secondo livello competenti sul problema individuato. Inoltre, non fa alcun riferimento né ai titoli né alla formazione specifica richiesti per ricoprire l’incarico in oggetto.
Al contrario, la legge prevede un imponente sistema di monitoraggio. Per ogni ASL dovrà essere individuato un dirigente psicologo che andrà a formare, insieme a due rappresentanti dell’ordine professionale e due rappresentanti dei dipartimenti universitari, un coordinamento regionale presso l’Agenzia Regionale Strategica per la Salute e il Sociale (AReSS). Questo ente avrà lo scopo di verificare, monitorare e controllare la qualità dell’assistenza psicologica erogata e definire linee guida rispetto alle problematiche prioritarie sulla base delle relazioni annuali trasmesse dagli psicologi coinvolti. In aggiunta, è prevista l’istituzione di un Osservatorio Regionale composto dall’ordine professionale degli psicologi, le associazioni scientifiche di psicologia, le università, il coordinamento regionale dei medici di medicina generale e pediatri di libera scelta. Tale osservatorio, al quale parteciperanno anche gli psicologi coinvolti in quello dell’Aress (senza riconoscimento di compenso), individua i bisogni di salute emergenti nel territorio della Regione Puglia. Ancora, la Giunta Regionale annualmente verifica criteri di efficacia ed efficienza del Servizio e delle attività di monitoraggio.
A proposito del disegno di legge descritto il Consiglio dei ministri, con delibera del 03/09/2020, ha impugnato la Legge per profili di incostituzionalità dovuti all’invasione della competenza esclusiva statale riguardante l’ordinamento civile, e per contrasto con i principi fondamentali di coordinamento della finanza pubblica, riscontrati laddove si prevede l’assunzione a tempo determinato dei dirigenti psicologi. I motivi riportati sono due. In primis, l’ordinamento attuale prevede che nella pubblica amministrazione i contratti a tempo determinato siano utilizzati per comprovate esigenze di carattere esclusivamente temporaneo o eccezionale. Circostanze queste non riscontrabili nella normativa regionale impugnata. In secondo luogo, viene sottolineato come la Regione Puglia avrebbe previsto una spesa non compresa nel Piano di rientro che prevede che ogni assunzione nell’ambito della sanità debba essere definita nell’ambito degli obiettivi precedentemente stabiliti.

Bibliografia di psicologia di cure primarie

  • Per approfondire è possibile scaricare il testo completo della legge a questo indirizzo: http://www5.consiglio.puglia.it/GISSX/XSagArchivio.nsf/(InLinea)/L.r.-340-X/$File/LR21.2020.pdf?OpenElement

Se sei un professionista sanitario interessato allo sviluppo di un sistema di cure primarie in Italia, o più semplicemente desideri ricevere informazioni ed aggiornamenti chiari e precisi sulla questione, allora iscriviti alla Sipcp: l’iscrizione ti garantirà di ricevere un aggiornamento sistematico su temi ed argomenti relativi alle cure primarie, di costruire relazioni professionali che condividono il medesimo interesse e di partecipare alla vita associativa attraverso eventi, convegni e congressi. Se inoltre senti il desiderio di partecipare attivamente alla crescita dell’associazione, troverai disponibilità nei gruppi di lavoro operativi.

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Impressioni di un medico di famiglia

A cura di Marco Ferri

È passato un anno ormai dalla “prima Ondata” della Pandemia, forse è un po’ troppo tardi per scrivere delle impressioni a caldo forse un po’ troppo presto per fare un’analisi dettagliata stante le troppe zone buie, le tante aree di incertezza e di indeterminatezza che permangono.
Lungi dall’essere un vero articolo scientifico, queste poche righe vorrebbero essere una via di mezzo tra i discorsi che si fanno tra amici, non necessariamente chiacchiere da bar, e i sussurri di un confessionale.
Poco più di un anno fa ho contratto il COVID 19 (per fortuna in forma paucisintomatica) a causa del mio lavoro, non essendoci mascherine in giro e dovendomi aggiustare con qualche “reperto” che avevo in studio e DPI (così si dice tra persone che la sanno lunga) che ho “scovato” cercando per la provincia (sono dovuto andare fino ad una farmacia di Celio, alle porte di Borgosesia, per trovare ancora qualche mascherina).
Tra marzo ed aprile 2020 ho trascorso trentadue giorni agli “arresti domiciliari” dell’isolamento fiduciario in casa di mia madre che alla fine è deceduta la vigilia di Pasqua. Non sono potuto andare neanche alla tumulazione, funerali non se ne potevano fare ed io ero ancora positivo. Dico queste cose perché
purtroppo sono successe più o meno a diversi miei colleghi e pazienti lasciando a loro e a me come strascichi sentimenti di tristezza e depressione e consapevolezza di grande fragilità. Alla paura di contrarre la malattia c’è stato in molti anche il “terrore” di “infettare” i propri congiunti o nel caso di operatori sanitari di infettare gli altri pazienti o i loro parenti. Sono andate in vigore misure di Distanziamento e si
sono ridotti al minimo anche gli accessi in ambulatorio, ho incominciato a lavorare e trascorrere ore al telefono e davanti al computer per prenotare tamponi e vedere i loro esiti, per spedire ricette e prescrizioni di esami on line, per rincuorare consolare e motivare i pazienti a lottare… e non è stato facile. Anche senza quasi vedere pazienti in ambulatorio si è lavorato un media di 10-12 ore al giorno. Il gruppo WhatsApp testimonia di queste lunghe maratone tra noi colleghi dell’équipe; alla fine della giornata quasi stremati ci sembrava di non aver concluso niente e di essere stati “inutili”.
Percepivamo tutti i giorni la delusione di chi sperava di essere ritornato negativo e non lo era, la gioia di chi, a rischio, aveva fatto il tampone e non era positivo. Abbiamo seguito con monitoraggi quotidiani i pazienti più gravi fino a quando magari dovevano essere ricoverati, e li seguivamo poi ancora alla dimissione quando ritornavano nelle loro case. L’anno scorso ho perso per COVID solo una paziente, mia coetanea e amica, che stava bene e non aveva gravi fattori di rischio, mentre ad esempio un altro paziente ultraottantenne con fibrosi polmonare dopo tre mesi di ricoveri in varie istituzioni è riuscito a ritornare a casa ed ora vive, per fortuna bene, e non ha perso il suo buonumore, anche se è in terapia con ossigeno per 24 ore al giorno (deve viaggiare col suo stroller quando esce di casa). Questa varietà di sintomi e di esiti congiunta con la farraginosa ricerca del protocollo terapeutico migliore ha ingenerato in molti di noi medici sensazioni di impotenza e di inadeguatezza. Un collega della nostra équipe molto più giovane di me non è riuscito a continuare e, ancora molto distante dalla pensione, ha gettato la spugna, si è dimesso dicendo che non riusciva più a lavorare come prima, senza praticamente visitare i pazienti ma sentendoli solo per telefono o con videochiamate di WhatsApp. E non è stato l’unico. Come medici di medicina generale abbiamo raccolto testimonianze, racconti, aneddoti che, anche se intrecciati con esperienze di realtà specialistiche o ultraspecialistiche di reparti ospedalieri o ambulatori dedicati, sono abbastanza caratteristici del nostro setting.
Abbiamo raccolto diverse sensazioni, percezioni, sentimenti molto diversi e variegati ma che si potrebbero raccogliere in pochi clusters.

Primo e più frequente il tema della paura. Dapprima per il virus ed il contagio personale e dei propri cari, poi per le terapie e le linee guida che cambiavano a seconda delle Regioni e delle aziende sanitarie, il che ingenerava anche confusione e timore di non seguire il programma terapeutico migliore. Poi, negli ultimi quattro mesi, per il vaccino, anzi per i vaccini diversi, con informazioni a volte contrastanti e decisioni poco chiare, spesso anche contraddittorie (non solo dei media ma anche a livello dei decisori politici e/o tecnici) che hanno portato conseguentemente nei medici e pazienti confusione, indecisione e insoddisfazione delle scelte prese.
Secondo il tema della depressione e della elaborazione del lutto per aver perso cari, parenti, amici e per i medici anche pazienti che si conoscevano da una vita. La giornata era scandita ogni ora da notiziari, comunicati di agenzie o notizie raccolte sul web che sciorinavano cifre su cifre, tassi, trend e percentuali per cui tutti ci sentivamo esperti di statistica e la delusione affiorava se non si era ancora arrivati alla fase di plateau o non si riusciva ad intravvedere un flesso, o addirittura riprendeva il picco. Dopo pochi giorni io ho deciso di non seguire più questa “follia” aritmetico-statistica, mi angosciava solo e non mi aiutava nel mio lavoro, anzi lo rendeva più difficile; vedevo personalmente l’andamento della pandemia, nel mio piccolo, monitorando i miei pazienti, e vedendo le percentuali di negativizzazione o di nuove positività.
Terzo il tema dell’insofferenza; perché dopo il periodo della paura o dell’elaborazione del lutto bisognava fare i conti con il Lockdown, le misure anti-assembramento, le mascherine, il coprifuoco, il distanziamento sociale. L’incertezza di poter riaprire le proprie attività per molti, o la certezza di dover trovare, una volta finita l’emergenza, altre occasioni di lavoro per altri. La necessità di reinventarsi una vita emergeva all’improvviso con tutto il suo bagaglio di indeterminatezza e di imponderabile che porta ansia e toglie serenità ed il sonno. Spesso il cambiamento anche se scelto e ricercato ingenera insicurezza sul futuro, a maggior ragione cambiamenti imposti da leggi, delibere, fatti contingenti portano a sensi di frustrazione e di ribellione, di ricerca di capri espiatori e di contrapposizione. Qualche segno di insofferenza era dettato anche dal fatto di dover stare in casa tutta la giornata, dal dover impartire lezioni, se docenti, o seguirle, se discenti, in DAD. La sala o lo studio per lo smart working diventava l’ufficio con postazione PC, stampante, scanner, telecamera telefono e cellulare; Il lavoro si intrecciava con la vita quotidiana e andava a modificare rituali, abitudini e relazioni.
Tutto questo che ho appena raccontato sono sicuro che non sia una novità, ma che sia esperienza diretta o indiretta di tutti, specialmente di quelli che operano nella sanità; sono consapevole di non aver aggiunto nulla a quello che già si sapeva, comunque lo scriverlo mi ha fatto “bene”, è stato utile ripensare a mente fredda a tante situazioni che quando vivi in diretta tendi a non vedere o ad evitare.
Consentitemi ora una chiosa finale.
Spesso, e molto inaspettatamente, ho sentito ringraziamenti e ho avvertito segni di gratitudine nei miei confronti e/o nei confronti di tutti quelli che lavoravano in ospedale, nei reparti, negli ambulatori. Forse, di fronte a qualcosa di grande, pericoloso, indomabile come una pandemia ci accorgiamo più facilmente degli altri e di quelli che lavorano per noi; nel momento in cui siamo o ci sentiamo più fragili ci accorgiamo che l’essere uniti, generosi, solidali non solo ci può salvare la vita ma anche darci un senso di benessere o anche solo un “senso”.

Marco Ferri
MMG a Vercelli

Vercelli 30.04.2021

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E’ necessario essere psicoterapeuti per lavorare in psicologia delle cure primarie?

E’ necessario essere psicoterapeuti per lavorare in psicologia delle cure primarie?

A cura di Sara Anselmetto

L’ attività dello psicologo che svolge il Servizio di Psicologia delle Cure primarie consiste primariamente nelle attività di psicodiagnosi, sostegno psicologico, consulenza e indicazione di assistenza psicologica a livello di cure secondarie e terziarie nell’ambito delle cure primarie.
Con l’obiettivo di migliorare la salute psicofisica del paziente e di prevenirne il deterioramento, sia nelle condizioni di malattia cronica o terminale che in tutte le condizioni di disagio psicologico, lo psicologo delle Cure Primarie svolge anche l’attività di prevenzione e di educazione rivolta ai pazienti, ai loro familiari, alle persone affettivamente vicine o che si prendono cura del paziente.
Ai fini della diagnosi in ambito psicologico, sono considerate tutte le condizioni di disagio e di disturbo psicologico e comportamentale che possano beneficiare del sostegno psicologico e/o che siano trattabili mediante tutti i metodi d’intervento psicologici che abbiano ricevuto un adeguato e verificabile supporto scientifico-sperimentale.
L’art.1 della legge 56/89 dell’Ordine degli Psicologi stabilisce che tutti gli psicologi abilitati possano svolgere tali attività. Non emerge, seguendo tali indicazioni, l’assoluta necessità di avere la specializzazione in psicoterapia per poter lavorare nelle cure primarie, poiché queste rientrano nelle attività professionali di uno psicologo iscritto all’albo. Il titolo di psicoterapeuta può essere un ulteriore elemento indicante precise competenze e abilità ottenute, ma non necessarie per svolgere il servizio di psicologia delle cure primarie. La psicoterapia è uno dei metodi d’intervento verso il quale ovviamente lo Psicologo delle Cure Primarie può indirizzare il paziente in caso di necessità.
La psicoterapia, infatti, costituisce un importante strumento d’intervento in sede di cure secondarie.

In Italia la figura dello psicologo delle cure primarie non è ancora legalmente riconosciuta, sebbene il ruolo della psicologia sia stato affermato nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) − definito dal DPCM del 12 gennaio 2017 e siano già state messe in atto diverse esperienze in alcune regioni italiane, dimostrando l’enorme importanza degli interventi psicologici per il benessere della popolazione, anche in un’ottica di prevenzione di patologie e di riduzione della spesa sanitaria.
Diversi sono gli studi, anche internazionali, che indicano l’importanza della figura dello Psicologo delle Cure primarie in affiancamento al medico di base. Attualmente la situazione italiana risulta però ancora abbastanza frammentata e disomogenea.

Il 16 luglio 2020 è stato illustrato in Senato il disegno di legge intitolato ‘Istituzione dello psicologo di cure primarie’ dalla senatrice Paola Boldrini, capogruppo del Pd nella Commissione Sanità. Nel testo si legge che l’attività dello psicologo di cure primarie, che affianca il medico nella cura del paziente, è finalizzata nella prevenzione primaria, per identificare precocemente e intervenire tempestivamente in problematiche psico-sociali. È finalizzata, inoltre, nella prevenzione secondaria per attuare un intervento di primo livello nei casi di sofferenza psicologica già in atto ed inviare appropriatamente la persona a servizi socio-sanitari, anche specialistici e territoriali secondo necessità”.

Lo Psicologo delle Cure Primarie, se visto come professionista sanitario di primo livello, può intervenire utilizzando gli strumenti e i metodi d’intervento già acquisiti nella sua formazione. E’ senz’altro comunque auspicabile una specifica formazione professionale nell’ambito delle Cure Primarie, finalizzata principalmente ad informare lo psicologo sulle caratteristiche peculiari del setting delle cure primarie (tempi, relazioni con il medico e con i pazienti ecc..), delle problematiche più frequentemente incontrate (ipertensione, diabete, disturbi gastrointestinali ecc…) e degli strumenti dimostratisi più efficaci per la gestione di tali problematiche.

Bibliografia di psicologia di cure primarie

  • Gatchel, R.J., and Oordt, M.S.. (2011) Clinical health psychology and primary care: Practical advice and clinical guidance for successful collaboration. Washington, DC: American Psychological Association.
  • McDaniel, S. H., Belar, C. D., Schroeder, C., Hargrove, D. S., & Freeman, E. L. (2002). A training curriculum for professional psychologists in primary care.Professional Psychology: Research and Practice, 33(1), 65–72.
  • Solano, L. (2011) Dal sintomo alla persona. Medico e psicologo insieme per l’assistenza di base. Milano: Franco Angeli
  • I.S.P. (2018) Proposta di Legge per l’istituzione dello Psicologo delle Cure Primarie (PCP) https://psicologicureprimarie.it/proposte-di-legge/legge-psicologo-cure-primarie-di-base-isp-2018.html
  • Camera dei Deputati . (2010). Proposta di Legge “Istituzione della figura professionale dello psicologo di base” https://www.camera.it/_dati/lavori/stampati/pdf/16PDL0038080.pdf
  • Society of Behavioral Medicine. (2008). Integrating health behavior change into primary care. http://site.pcpcc.net/files/ipc_policy_0.pdf
  • Gazzetta Ufficiale. (1989) Legge 18 febbraio 1989, n. 56 https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1989/02/24/089G0090/sg
  • CNOP. (2017). Ruolo della psicologia nei livelli essenziali di assistenza. http://www.panoramasanita.it/wp-content/uploads/2017/07/DOCUMENTO-T.F.-LEA.pdf
  • Senato della Repubblica. (2020) Fascicolo Iter DDL S. 1827 Istituzione dello psicologo di cure primarie. http://www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/FascicoloSchedeDDL/ebook/53018.pdf

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Salute fisica e salute psicologica (psicosomatica)

Salute fisica e salute psicologica (psicosomatica)

A cura di Alessio Sandalo

La psicosomatica è quella branca della medicina e della psicologia clinica che indaga sul malessere del corpo per scoprirne la possibile eziologia di tipo psicologico. La disciplina parte dall’assunto di base secondo cui mente e corpo costituiscono una diade inscindibile.
Il modello “popolare” della psicosomatica suggerisce che qualcosa che accade nella “mente” si possa ripercuotere sul “corpo”, finendo per riproporre un dualismo sostenibile soltanto in termini metafisici; ne consegue una distinzione netta tra malattie “psicosomatiche” ed altre di origine esclusivamente organica. Tale distinzione, da un lato esclude la maggiore parte della patologia somatica dall’intervento psicologico, dall’altro finisce per sostenere la possibilità di ottenere risultati terapeutici in alcune malattie con un intervento solo psicologico, con risultati deludenti.
Il medico specializzato di solito diagnostica la presenza di una malattia psicosomatica quando ai sintomi e al malessere fisico (dolore, cefalea, ecc.) non è collegato il riscontro di una malattia fisica a seguito di esami clinici.
La psicoanalisi rappresenta un tentativo anzitutto di riportare in primo piano l’importanza di fattori emozionali, relazionali, sociali nel determinare la salute e la patologia dell’essere umano. Si può collocare l’esordio di questa proposta nell’opera di Freud, che andò ad occuparsi proprio di quei fenomeni fisici, detti isterici, che non corrispondevano ad alcuna alterazione anatomo-patologica e risultavano quindi negletti dalla medicina.
La condizione di salute/malattia accoglie la portata eziologica della qualità emotivo-affettiva dei legami significativi, nell’età evolutiva e in ogni ciclo di vita dell’individuo.
Carenze nelle relazioni primarie possono avere effetti a lunga distanza sulla maturazione dei sistemi fisiologici e quindi sulla suscettibilità a malattie somatiche.
Ad esempio, secondo lo psichiatra e psicoanalista James Grotstein (1997) il concetto di regolazione affettiva e fisiologica è alla base della salute e della patologia: una carenza di contenimento, di sintonizzazione, di un disturbo nelle relazioni primarie farebbe sì che l’emozione rimanga ad uno stato estremamente primitivo. Una condizione clinica di alessitimia, ovvero una scarsa capacità di riconoscere ed esprimere emozioni, soprattutto nella dimensione cognitivo/esperienziale e interpersonale, è poi correlata a livelli elevati di attivazione simpatica (quella parte del sistema nervoso autonomo con funzioni di reazione attacco/fuga mediata dai neurotrasmettitori acetilcolina e noradrenalina) e ad un più elevato rischio di sviluppare patologie neoplasiche.
Coerentemente a questa visione più olistica dell’uomo, negli ultimi decenni la ricerca scientifica connessa con la psicosomatica si è concentrata sulla psico-neuro-endocrino-immunologia (PNEI): una nuova materia di studio che è riuscita a collegare il disagio psicologico dell’individuo con la secrezione di neurotrasmettitori cerebrali, ormoni endocrini e risposta del sistema immunitario.
Consideriamo, inoltre, come e quanto gli effetti della condizione relazionale traumatica, la situazione di vita del soggetto stressato – cui il soggetto stesso dà ovviamente il suo contributo e che sperimenta secondo le proprie caratteristiche – possano innescare una reazione nell’organismo che a livello della coscienza registriamo ad esempio come ansia, attacchi di panico, a livello fisiologico come aumento di adrenalina (di cortisolo ecc.). L’attivazione del sistema immunitario può esercitare effetti a livello del sistema nervoso centrale e viceversa.
Come in un sistema cibernetico autoregolantesi, composto di diversi sottosistemi interagenti, una perturbazione del sottosistema “sistema nervoso centrale” (substrato della vita mentale avente come effettore finale l’ipotalamo) può comportare una perturbazione del sottosistema “sistema immunitario”, collegato al primo attraverso un’ampia serie di vie (asse ipotalamo-ipofisi-corticale del surrene; asse ipotalamo-sistema nervoso autonomo-midollare del surrene; neuropeptidi).
Non solo le condizioni sociali esterne possono creare una reazione fisiologica abnorme. La considerazione di sé, del proprio io sociale, della propria alta o bassa autostima, per esempio, sono correlati con una sensibilità e percezione del dolore fisico più o meno elevate. Lo stile di vita, il vissuto di uno scarso benessere, bassa qualità della vita e deterioramento delle prestazioni lavorative e sociali possono creare sintomi depressivi ben più che l’intensità e persistenza del dolore cronico, alimentando una sofferenza soggettiva che rappresenta la parte psicologica di sindromi croniche quali fibromialgia ecc.
La lettura dei fenomeni clinici in chiave psicosomatica prima, in termini PNEI e bio-psico-sociali ora, correla il medico allo psicologo-psicoterapeuta in un lavoro integrato di diagnosi congiunta.
La presenza di servizi territoriali, di ambulatori in cui medici di medicina generale e psicologi di cure primarie sono disponibili e compresenti, si confrontano su situazioni di vita e di relazione che si esprimono in sintomi fisici nei loro pazienti, potrà favorire un salto di qualità nella clinica del domani.


Bibliografia di psicologia di cure primarie

  • GROTSTEIN, J.S., (1997a), ‘Mens Sana in Corpore Sano’. The mind and the body as an ‘odd couple’ and as an oddly coupled unity”. Tr.it. In Ricerca Psicoanalitica, 2002, 13, pp.255-274.
  • SOLANO, L., (2013) Tra mente e corpo, Milano, Cortina Ed.
  • SOLANO, L. (2015). A partire dall’unità corpo/mente. Relazione presentata al Centro Milanese di Psicoanalisi. 23 Ott 2015

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Conseguenze psicologiche della pandemia Covid19

Conseguenze psicologiche della pandemia Covid19

La pandemia del Coronavirus 2019 (COVID-19), sviluppatasi in Cina e poi estesasi nel resto del mondo da Dicembre 2019, ha raggiunto picchi elevati in Italia nel Marzo del 2020. Da quel momento fino ad oggi, il governo ha indetto vari periodi di lockdown precauzionale, con restrizioni sugli spostamenti e sull’esercizio di attività non essenziali. Il primo, quello di Marzo 2020, si è suddiviso in due momenti: fase 1 e fase 2.
Durante la fase 1 era proibito uscire di casa, se non per motivi di necessità (sanitari, andare al supermercato, ecc.) e di lavoro, così come era proibito incontrare persone che non fossero i conviventi del proprio nucleo familiare. Inoltre, per uscire era necessario compilare un’autocertificazione indicante i motivi dell’uscita, da esibire in caso di controllo da parte delle forze di polizia, al fine di verificare la veridicità delle dichiarazioni.
Durante la fase 2, invece, sono riprese progressivamente le attività prima proibite, seppur sempre regolamentate, così come la possibilità di incontrarsi con altre persone, pur mantenendo i dispositivi di sicurezza (come mascherina, guanti e gel per le mani) e la distanza sociale.
In questo studio, perciò, Gullo et al. hanno voluto studiare gli effetti, l’impatto e le conseguenze psicologiche della prima ondata della pandemia COVID-19 sulla popolazione generale, così come l’andamento nel tempo di alcuni sintomi psicologici. Inoltre, si sono occupati della valutazione dell’effetto di fattori protettivi, come il possedere buone strategie di coping e il poter contare su un supporto sociale familiare e/o amicale, sui sintomi psicologici connessi alla pandemia. Infine, hanno osservato le conseguenze psicologiche generatesi nel momento della transizione tra il primo lockdown e il post-lockdown, cioè nel momento in cui era di nuovo permesso tornare alle normali attività quotidiane.
Lo studio è stato condotto su un campione reclutato con il metodo a valanga, stabilendo quattro punti temporali di valutazione differenti, comprendenti un arco temporale che andava da Aprile 2020 a Giugno 2020. Ai soggetti sono stati inviati strumenti e questionari self-report per misurare alcuni costrutti e sintomi psicologici come la preoccupazione, l’ansia e la depressione; così come le strategie di coping utilizzate e il supporto sociale percepito. Infine, è stato somministrato un questionario costruito ad hoc per valutare le conseguenze della transizione tra lockdown e post-lockdown.
Dai risultati dello studio è emerso che il 17% dei partecipanti ha ottenuto punteggi superiori al cut-off per i sintomi ansiosi, durante la prima valutazione, con un picco massimo fino al 23% alla seconda e un decremento, non significativo, al 14% all’ultima valutazione. Rispetto ai sintomi depressivi, invece, alla prima valutazione il 23% dei soggetti ha ottenuti punteggi superiori al cut-off, con un decremento di tale percentuale fino al 14% all’ultima valutazione. Tali dati sono simili con le ricerche di Wang et al. (2020b), che ha riscontrato un cambiamento non significativo nel tempo nei livelli di depressione e ansia, quando le osservazioni avvenivano in un tempo ristretto tra l’una e l’altra e durante il periodo di lockdown. I sintomi ansiosi e depressivi, inoltre, erano maggiormente presenti tra le donne, gli studenti e le persone disoccupate. L’associazione tra età, la condizione di studente e l’ansia o la depressione legate alla pandemia, è già stata osservata e si pensa potrebbe essere causata da stress aggiuntivi generati dal bisogno di doversi adattare al nuovo ambiente educativo online. È più controversa invece la letteratura rispetto alle differenze di genere legata al COVID-19; infatti, nonostante alcuni studi abbiano riportato livelli di ansia e depressione più alti nelle donne (Smith et al., 2020), altri autori hanno trovato questa associazione solo rispetto ai livelli di ansia; altri non hanno trovato alcuna associazione, o quella opposta, con livelli di ansia e depressione più alta nei maschi.
Più alti livelli di supporto sociale percepito, invece, hanno un effetto mitigante sui sintomi legati a emozioni negative. Invece, l’utilizzo di strategie di coping, pur aumentando nel tempo, sembrano avere un effetto significativo solo per i sintomi depressivi. Altri studi che hanno avuto a che fare con gli aspetti psicologici legati al Coronavirus hanno ottenuto evidenze simili; Cao et al. (2020) hanno riscontrato un effetto positivo del supporto sociale sull’ansia e ciò sembra essere confermato dalle ricerche di Palgi et al. (2020), che ha identificato la solitudine come uno dei rischi maggiori per lo sviluppo di sintomi di ansia e depressione. Similmente, è stata trovata un’associazione tra coping ed emozioni negative rispetto al Coronavirus; per esempio, Ran et al. (2020) hanno trovato un’associazione inversa tra la resilienza e i sintomi d’ansia o depressione durante il picco della pandemia COVID-19 in Cina.
Dall’analisi del periodo di transizione tra lockdown e post-lockdown, inoltre, sono emerse quattro categorie di “preoccupazioni”: “ritiro sociale”, “paura di confrontarsi con l’esterno”; “paura del contagio” e “timore di sprecare tempo libero”. Inoltre, è stata riscontrata un’associazione tra i sintomi ansiosi e la “paura di confrontarsi con l’esterno” alla terza valutazione; mentre alla quarta anche con la “paura del contagio” e con il “ritiro sociale”. Rispetto ai sintomi depressivi, invece, è stata riscontrata alla terza valutazione una correlazione con la “paura di confrontarsi col mondo esterno”, il “timore di star sprecando tempo libero” e il “ritiro sociale”; mentre all’ultima valutazione erano correlati, oltre a queste tre dimensioni, anche alla “paura del contagio”. Un dato interessante è che, dopo tre settimane dalla prima valutazione, il “ritiro sociale” e “la paura del contagio” si erano ridotti significativamente, mentre “la paura del confronto con l’esterno” e “il timore di sprecare tempo libero” no. La ricerca che si avvicina maggiormente a queste evidenze è quella di Cava et al. (2005) dopo l’epidemia della SARS, dove le persone, per paura di essere infettate, hanno riportato il bisogno di rimanere in quarantena anche quando i regolamenti del governo permettevano di uscire, o il bisogno di mantenere la distanza tra loro e dalle persone, di lavarsi spesso, e di indossare indumenti protettivi anche quando il pericolo era finito.
In generale, i risultati di questo studio suggeriscono che l’esperienza dovuta all’ondata di COVID-19 ha incrementato il disagio psicologico di molte persone, rimanendo relativamente stabile anche dopo che era finito il periodo del lockdown. L‘ansia può rappresentare la risposta normale e iniziale a un evento stressante significativo, ma quando la normale vita inizia ad essere percepita come sempre più remota e difficile, allora i sentimenti di depressione, di solitudine e disperazione possono pronunciarsi, specialmente tra le persone più vulnerabili della società. Inoltre, i risultati dello studio confermano quelli di ricerche precedenti (Ozamiz-Etxebarria, Dosil-Santamaria, Picaza-Gorrochategui, & Idoiaga-Mondragon, 2020; Wang et al., 2020a; Wang et al., 2020b; Qiu et al., 2020; Serafini et al., 2020; Liu, Zhang, Wong, Hyun & Hahm, 2020).
A tal proposito, dunque, potrebbe essere utile pensare di incentivare ricerche che siano in grado di informare rispetto ai servizi di salute mentale, specialmente in ambito pubblico. Gli interventi psicologici impiegati per far fronte alle conseguenze del COVID-19 possono essere considerati interventi sulla crisi, in cui gli obiettivi principali sono quelli di ridurre i sentimenti ansiosi, di impotenza, di disperazione e depressivi. In questo senso, la possibilità di avere una tempestiva presa in carico dei pazienti potrebbe permettere di lavorare preventivamente sullo sviluppo di disordini psicologici più gravi, diminuendo i costi sia temporali che economici degli interventi sanitari. In ogni caso, sarebbe utile produrre studi longitudinali su questo tema, al fine di avere maggiori evidenze empiriche. Sarebbe interessante, inoltre, esplorare gli aspetti psicologici connessi allo stigma di essere stati infettati o di aver avuto una persona vicina infettata, che si crede possa avere effetti importanti sulla salute mentale delle persone.
Nonostante la rilevanza di questi dati sulla salute pubblica, questo studio ha alcune limitazioni. In primo luogo, lo studio è stato condotto con un campione relativamente piccolo e con un livello di mortalità elevato tra i quattro punti temporali. Inoltre, è trascorso un periodo di tempo relativamente breve tra le quattro valutazioni. I risultati inoltre possono aver risentito del questionario online auto-somministrato e del campionamento non rigorosamente randomizzato, incidendo quindi sulla rappresentatività e sull’attendibilità. Ancora, il terzo obiettivo dello studio era basato su un set di domande ad-hoc, che, pertanto, non erano standardizzate e per le quali non vi erano punteggi normativi, rendendo il confronto impossibile.
Per concludere, la pandemia del Coronavirus e le sue conseguenze socio-economiche stanno avendo un grande impatto sul benessere psicologico degli Italiani. E’ ragionevole immaginare che ciò potrebbe incrementare il numero di richieste d’aiuto ai servizi di salute mentale nel futuro prossimo. I risultati degli studi come questo evidenziano l’importanza di investire in ulteriori ricerche per favorire supporto psicologico di prevenzione per la popolazione generale. Questo può evitare o ridurre l’aggravamento delle difficoltà, che potrebbero condurre successivamente al bisogno di interventi più lunghi e costosi.

Bibliografia di psicologia di cure primarie

  • Gullo, S., Misici, I., Teti, A., Liuzzi, M., Chiara, E. (2020). Going through the lockdown: a longitudinal study on the psychological consequences of the coronavirus pandemic. Research in Psychotherapy: Psychopathology, Process and Outcome, vol. 23, pag. 211-221.

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Caratteristiche del disegno di legge nazionale su psicologia delle cure primarie

Caratteristiche del disegno di legge nazionale su psicologia delle cure primarie

A cura di Angelo Crea

Il 25 maggio 2020 è stato presentato nella Commissione Igiene e Sanità del Senato della Repubblica il Disegno di Legge (DdL) 1827 “Istituzione dello psicologo di cure primarie” ad opera della
senatrice Paola Boldrini.
Richiamando gli articoli di legge sull’organizzazione dell’assistenza primaria e il Decreto Calabria, il DdL istituisce un Servizio di psicologia di cure primarie, strutturato a livello di distretto, in ogni azienda sanitaria. Lo scopo dichiarato è quello di garantire un primo livello di servizi di cure psicologiche nella medicina di base, che sia di qualità, accessibile e caratterizzato da una rapida presa in carico della persona, efficace, economicamente efficiente ed integrato con gli altri servizi sanitari e socio-sanitari. Proprio in relazione a quest’ultimo punto, viene sottolineata la necessità di sviluppare una rete di collaborazione con i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta, nonché con gli altri professionisti socio-sanitari presenti sul territorio.
Il Disegno di Legge è composto di tre articoli.
Il primo articolo circoscrive in modo dettagliato il tipo di prestazioni che il Servizio dovrà attuare: un primo livello di prevenzione e cure psicologiche di prossimità, un filtro per l’accesso ai livelli secondari di cura e al pronto soccorso, l’organizzazione dell’assistenza psicologica domiciliare e l’integrazione con i servizi specialistici.
Il secondo articolo descrive con precisione le aree di intervento e le attività di competenza dello psicologo di cure primarie. Per quanto riguarda la sede in cui detta figura andrà ad operare, il proponente non sembra prendere una decisione netta. Indica, infatti, che tale figura “opera di norma nelle unità complesse di cure primarie” ma, l’inciso di norma, sembra lasciare aperta la strada ad altre forme di collocazione.
La proposta di legge non indica una direzione univoca nemmeno per quanto riguarda il modello di integrazione e collaborazione tra medici e psicologi. Prevede infatti tre differenti scenari che comprendono l’invio da parte del medico allo psicologo, il trattamento congiunto nello studio del medico e le consulenze specifiche che il medico può richiedere allo psicologo.
Nel terzo articolo, viene indicata la provenienza del personale che lavorerà all’interno di questi Servizi e, ancora una volta, il proponente prevede tre strade differenti tra loro: gli psicologi impiegati potranno essere dirigenti dipendenti del SSN, psicologi già operanti con rapporto convenzionale all’interno delle ASL e psicologi assunti con fondi propri delle Regioni. Il proponente dichiara inoltre che, al fine di ottimizzare la presenza e l’utilizzo degli psicologi dipendenti, le aziende sanitarie locali ed ospedaliere dovranno istituire un Dipartimento aziendale di psicologia, all’interno del quale è ricondotto anche il servizio di psicologia di cure primarie, la cui direzione è affidata ad un dirigente psicologo.
Per quanto riguarda il numero di professionisti coinvolti, il rapporto di riferimento viene fissato nel numero di uno psicologo ogni cinque medici di medicina generale o pediatri di libera scelta; ma non è precisato se tale numero faccia riferimento ad un impegno lavorativo a tempo pieno o di altra entità.
Per quanto riguarda la formazione specifica del personale coinvolto, il DdL sembra prevedere la necessità di una “formazione post-laurea specifica in cure primarie” per i soli psicologi assunti dalle Regioni, non chiarendo tra l’altro, se essi dovranno essere o meno iscritti all’albo degli psicoterapeuti.
In ultima istanza, osserviamo che, allo stato attuale, il DdL non fa alcun riferimento alle coperture economiche che si intendono mettere in campo per rendere operativo l’intero impianto.

Bibliografia di psicologia di cure primarie

Per approfondire è possibile seguire l’iter del DDL e scaricare il testo completo a questo indirizzo:
http://www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/Ddliter/53018.htm

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Come presentarsi ad un medico di base.

Come presentarsi ad un medico di base.

A cura di Paolo Fiore

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la salute come “la realizzazione di uno stato di benessere fisico, sociale e mentale non sovrapponibile alla mera assenza d’infermità o
malattia
” [1], indicando de facto un modello di lavoro biopsicosociale da utilizzare per attività di prevenzione e di intervento sanitario. L’attuale contingenza storica pandemica mostra una crescente attenzione istituzionale verso l’area delle cure primarie, anche tramite un disegno di Legge [2] che prevede l’istituzione dello psicologo di cure primarie.
In questa fase di transazione non vi è ancora una chiara regolamentazione che possa indicare allo psicologo clinico o allo psicoterapeuta come potersi muovere formalmente per operare in questo settore, favorendo iniziative autonome che mostrano risultati eterogenei spesso conseguenti alla capacità di integrazione fra competenza di intervento professionale e capacità di costruire una rete di collaborazioni.
Per coloro che fossero interessati a collaborare con un medico di medicina generale sarà necessario porsi alcuni interrogativi preliminari. Quali obiettivi vorrei realizzare con tale collaborazione? Per quale prevedibile e valida ragione un medico di famiglia dovrebbe investire del tempo per ascoltare la mia proposta? E qualora il medico fosse disponibile ad un dialogo, quali argomenti potrebbero essere prevedibilmente validi utili per costruire una collaborazione? Pur trattandosi di domande di buon senso, l’esperienza evidenzia come la maggior parte dei tentativi di proposte di collaborazione falliscono proprio per una mancanza di risposte chiare a tali domande, per una difficoltà di traduzione operativa delle risposte a tali quesiti. In questo articolo si desiderano esporre alcune indicazioni di carattere generale, che non vogliono definirsi come linee guida piuttosto proporsi come riflessioni derivanti dall’esperienza comune.

  1. Definizione chiara degli obiettivi personali e condivisi. Evidentemente una collaborazione si fonda sulla presenza di obiettivi comuni realizzabili alla condizione di lavorare insieme, con ruoli reciprocamente chiari ed in un clima di fiducia relazionale, perciò risulta essenziale definire tali scopi.
  2. Informarsi e studiare preliminarmente la psicologia delle cure primarie. Questo punto è fondamentale poiché un professionista che desideri presentarsi in quest’area di intervento deve necessariamente conoscere sufficientemente il tema della psicologia delle cure primarie, per formulare proposte sensate.
  3. Formulare una proposta specifica e concreta che sia prevedibilmente valida. Ciascun professionista ha una propria storia professionale, formazione ed esperienza lavorativa, motivo per cui è essenziale che la proposta formulata risponda a criteri di concretezza e specificità coerenti con la propria capacità e competenza professionale.
  4. Costruire una pianificazione del contatto con il medico di famiglia. La scelta del mezzo di contatto (telefono, posta elettronica,…) e dei contenuti è un elemento non indifferente e determinante per realizzare un primo contatto finalizzato alla richiesta di uno spazio di confronto con un medico di famiglia.
  5. Utilizzare un linguaggio chiaro ed adeguato alla comprensione. Un linguaggio chiaro, cioè adeguato e sintonico con l’interlocutore, non significa rinunziare alla condivisione della propria competenza ed esaustività argomentativa piuttosto mostrare la capacità di poterla trasmettere in modo efficace.
  6. Favorire un clima di fiducia relazionale e di collaborazione paritetica. Qualsiasi collaborazione si esprime dentro una condizione relazionale connotata da reciproca fiducia, che si costituisce attraverso un’esperienza affettiva positiva che va coltivata dentro una storia relazionale.

Sipcp è la Società Scientifica di Psicologia delle Cure Primarie [3]. Per qualsiasi domanda o dubbio, se hai desiderio o necessità di dialogare con Sipcp, vai nella sezione dei contatti e scrivici. Aderisci a Sipcp iscrivendoti ora.


Bibliografia di psicologia di cure primarie

  • [1] Ottawa Charter for Health Promotion: https://www.dors.it/documentazione/testo/201303/OMS_Glossario%201998_Italiano.pdf
  • [2] Disegno di Legge presso Senato della Repubblica Italiana: http://www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/FascicoloSchedeDDL/ebook/53018.pdf
  • [3] Statuto associativo di Sipcp: https://sipcp.it/wp-content/uploads/2021/04/statuto-psicologia-cure-primarie.docx.pdf

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