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Impressioni di un medico di famiglia

A cura di Marco Ferri

È passato un anno ormai dalla “prima Ondata” della Pandemia, forse è un po’ troppo tardi per scrivere delle impressioni a caldo forse un po’ troppo presto per fare un’analisi dettagliata stante le troppe zone buie, le tante aree di incertezza e di indeterminatezza che permangono.
Lungi dall’essere un vero articolo scientifico, queste poche righe vorrebbero essere una via di mezzo tra i discorsi che si fanno tra amici, non necessariamente chiacchiere da bar, e i sussurri di un confessionale.
Poco più di un anno fa ho contratto il COVID 19 (per fortuna in forma paucisintomatica) a causa del mio lavoro, non essendoci mascherine in giro e dovendomi aggiustare con qualche “reperto” che avevo in studio e DPI (così si dice tra persone che la sanno lunga) che ho “scovato” cercando per la provincia (sono dovuto andare fino ad una farmacia di Celio, alle porte di Borgosesia, per trovare ancora qualche mascherina).
Tra marzo ed aprile 2020 ho trascorso trentadue giorni agli “arresti domiciliari” dell’isolamento fiduciario in casa di mia madre che alla fine è deceduta la vigilia di Pasqua. Non sono potuto andare neanche alla tumulazione, funerali non se ne potevano fare ed io ero ancora positivo. Dico queste cose perché
purtroppo sono successe più o meno a diversi miei colleghi e pazienti lasciando a loro e a me come strascichi sentimenti di tristezza e depressione e consapevolezza di grande fragilità. Alla paura di contrarre la malattia c’è stato in molti anche il “terrore” di “infettare” i propri congiunti o nel caso di operatori sanitari di infettare gli altri pazienti o i loro parenti. Sono andate in vigore misure di Distanziamento e si
sono ridotti al minimo anche gli accessi in ambulatorio, ho incominciato a lavorare e trascorrere ore al telefono e davanti al computer per prenotare tamponi e vedere i loro esiti, per spedire ricette e prescrizioni di esami on line, per rincuorare consolare e motivare i pazienti a lottare… e non è stato facile. Anche senza quasi vedere pazienti in ambulatorio si è lavorato un media di 10-12 ore al giorno. Il gruppo WhatsApp testimonia di queste lunghe maratone tra noi colleghi dell’équipe; alla fine della giornata quasi stremati ci sembrava di non aver concluso niente e di essere stati “inutili”.
Percepivamo tutti i giorni la delusione di chi sperava di essere ritornato negativo e non lo era, la gioia di chi, a rischio, aveva fatto il tampone e non era positivo. Abbiamo seguito con monitoraggi quotidiani i pazienti più gravi fino a quando magari dovevano essere ricoverati, e li seguivamo poi ancora alla dimissione quando ritornavano nelle loro case. L’anno scorso ho perso per COVID solo una paziente, mia coetanea e amica, che stava bene e non aveva gravi fattori di rischio, mentre ad esempio un altro paziente ultraottantenne con fibrosi polmonare dopo tre mesi di ricoveri in varie istituzioni è riuscito a ritornare a casa ed ora vive, per fortuna bene, e non ha perso il suo buonumore, anche se è in terapia con ossigeno per 24 ore al giorno (deve viaggiare col suo stroller quando esce di casa). Questa varietà di sintomi e di esiti congiunta con la farraginosa ricerca del protocollo terapeutico migliore ha ingenerato in molti di noi medici sensazioni di impotenza e di inadeguatezza. Un collega della nostra équipe molto più giovane di me non è riuscito a continuare e, ancora molto distante dalla pensione, ha gettato la spugna, si è dimesso dicendo che non riusciva più a lavorare come prima, senza praticamente visitare i pazienti ma sentendoli solo per telefono o con videochiamate di WhatsApp. E non è stato l’unico. Come medici di medicina generale abbiamo raccolto testimonianze, racconti, aneddoti che, anche se intrecciati con esperienze di realtà specialistiche o ultraspecialistiche di reparti ospedalieri o ambulatori dedicati, sono abbastanza caratteristici del nostro setting.
Abbiamo raccolto diverse sensazioni, percezioni, sentimenti molto diversi e variegati ma che si potrebbero raccogliere in pochi clusters.

Primo e più frequente il tema della paura. Dapprima per il virus ed il contagio personale e dei propri cari, poi per le terapie e le linee guida che cambiavano a seconda delle Regioni e delle aziende sanitarie, il che ingenerava anche confusione e timore di non seguire il programma terapeutico migliore. Poi, negli ultimi quattro mesi, per il vaccino, anzi per i vaccini diversi, con informazioni a volte contrastanti e decisioni poco chiare, spesso anche contraddittorie (non solo dei media ma anche a livello dei decisori politici e/o tecnici) che hanno portato conseguentemente nei medici e pazienti confusione, indecisione e insoddisfazione delle scelte prese.
Secondo il tema della depressione e della elaborazione del lutto per aver perso cari, parenti, amici e per i medici anche pazienti che si conoscevano da una vita. La giornata era scandita ogni ora da notiziari, comunicati di agenzie o notizie raccolte sul web che sciorinavano cifre su cifre, tassi, trend e percentuali per cui tutti ci sentivamo esperti di statistica e la delusione affiorava se non si era ancora arrivati alla fase di plateau o non si riusciva ad intravvedere un flesso, o addirittura riprendeva il picco. Dopo pochi giorni io ho deciso di non seguire più questa “follia” aritmetico-statistica, mi angosciava solo e non mi aiutava nel mio lavoro, anzi lo rendeva più difficile; vedevo personalmente l’andamento della pandemia, nel mio piccolo, monitorando i miei pazienti, e vedendo le percentuali di negativizzazione o di nuove positività.
Terzo il tema dell’insofferenza; perché dopo il periodo della paura o dell’elaborazione del lutto bisognava fare i conti con il Lockdown, le misure anti-assembramento, le mascherine, il coprifuoco, il distanziamento sociale. L’incertezza di poter riaprire le proprie attività per molti, o la certezza di dover trovare, una volta finita l’emergenza, altre occasioni di lavoro per altri. La necessità di reinventarsi una vita emergeva all’improvviso con tutto il suo bagaglio di indeterminatezza e di imponderabile che porta ansia e toglie serenità ed il sonno. Spesso il cambiamento anche se scelto e ricercato ingenera insicurezza sul futuro, a maggior ragione cambiamenti imposti da leggi, delibere, fatti contingenti portano a sensi di frustrazione e di ribellione, di ricerca di capri espiatori e di contrapposizione. Qualche segno di insofferenza era dettato anche dal fatto di dover stare in casa tutta la giornata, dal dover impartire lezioni, se docenti, o seguirle, se discenti, in DAD. La sala o lo studio per lo smart working diventava l’ufficio con postazione PC, stampante, scanner, telecamera telefono e cellulare; Il lavoro si intrecciava con la vita quotidiana e andava a modificare rituali, abitudini e relazioni.
Tutto questo che ho appena raccontato sono sicuro che non sia una novità, ma che sia esperienza diretta o indiretta di tutti, specialmente di quelli che operano nella sanità; sono consapevole di non aver aggiunto nulla a quello che già si sapeva, comunque lo scriverlo mi ha fatto “bene”, è stato utile ripensare a mente fredda a tante situazioni che quando vivi in diretta tendi a non vedere o ad evitare.
Consentitemi ora una chiosa finale.
Spesso, e molto inaspettatamente, ho sentito ringraziamenti e ho avvertito segni di gratitudine nei miei confronti e/o nei confronti di tutti quelli che lavoravano in ospedale, nei reparti, negli ambulatori. Forse, di fronte a qualcosa di grande, pericoloso, indomabile come una pandemia ci accorgiamo più facilmente degli altri e di quelli che lavorano per noi; nel momento in cui siamo o ci sentiamo più fragili ci accorgiamo che l’essere uniti, generosi, solidali non solo ci può salvare la vita ma anche darci un senso di benessere o anche solo un “senso”.

Marco Ferri
MMG a Vercelli

Vercelli 30.04.2021

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